Perché la UE finanzia risaie e zone umide? «Dove non ci sono superfici boschive e manca l’acqua, il ciclo della vita si riduce in modo esponenziale»

Da “Punto di Vista” di ottobre 2016

Giussago (PV) – Per anni la Cassinazza è stata un “laboratorio” di ripristino ambientale naturale, reso possibile dai finanziamenti che l’Unione Europea ha previsto per tutto il settore agricolo comunitario. In seguito, la famiglia Natta, grazie alla vendita del comparto industriale rappresentato dall’azienda “Ecodeco” alla ex municipalizzata “A2A“, ha reinvestito gran parte di quanto realizzato nell’acquisto di ulteriori latifondi, incrementando notevolmente la capacità produttiva risicola, ma non solo.

Per volontà di Francesco Natta, il figlio del fondatore dell’impresa che oggi è alla guida della realtà “Neorurale”, «è stata avviata una ‘seconda fase’ che ha portato non solo all’espansione dell’azienda agricola ma all’adozione di un nuovo modo di fare agricoltura, sfruttando i benefici del ripristino ambientale ormai ventennale che ha dato buoni frutti, al punto che abbiamo completamente bandito l’uso di pesticidi e fitofarmaci in tutta l’azienda», continua il dottor Gilberto Garuti, «pertanto, la rinaturalizzazione è andata avanti, destinando il 15% delle nuove superfici – che prima venivano interamente coltivate – per ulteriori aree umide, boschi e filari, siepi e radure, sempre sfruttando i finanziamenti europei in chiave di intervento agro-ambientale».

Sono sufficienti superfici marginali per mantenere una biodiversità importante la quale, oltre a caratterizzare il paesaggio e creare bellezza, «si integra molto bene con la coltivazione risicola al punto che possiamo fare a meno della chimica, non perché siamo contrari a priori ma piuttosto perché superflua: il recupero dell’ambiente rurale ha stimolato il circolo virtuoso fra le forme di vita presenti in natura tant’è che diversi parassiti possono comparire ma vengono debellati da altri insetti “guardiani” (come il caso del punteruolo rosso). Alcune migliaia di anatre mangiano i semi del “riso crodo” prevenendo il dilagare di questa pericolosa infestante. Abbiamo aree dedicate alla coltivazione di riso macrobiotico o biologico in cui non utilizziamo assolutamente nulla ed altre a coltivazione tradizionale in cui non usiamo più pesticidi. Il numero delle zanzare è sceso di 10mila volte, rendendo possibili le passeggiate in mezzo alle risaie, grazie alle libellule e ai pesci gambusie che si nutrono delle loro larve. Qui non c’è nemmeno la zanzara tigre, che è diurna, a differenza della specie autoctona che è prevalentemente serale e notturna. Insomma, se si crea un ambiente ad elevata biodiversità, aumenta la resilienza del territorio che ha la capacità di recuperare più efficacemente la condizione e l’equilibrio iniziale, attivando una risposta più rapida».

Solo il connubio fra acqua e terra crea un ambiente naturale a maggiore densità di biodiversità e non è un caso che l’Unione Europea favorisca maggiormente gli agricoltori impegnati nella risicoltura piuttosto che in altre coltivazioni: «L’Europa finanzia la risaia perché ne riconosce una valenza ambientale superiore ad altre colture, ma se si coltiva col nostro sistema si ottiene un risultato nettamente superiore a quello intensivo fatto, ad esempio, in Lomellina, proprio grazie al supporto della biodiversità che si è raggiunta negli anni», continua il dottor Garuti, «il riso, infatti, è considerato un’area umida, ed ha un vantaggio enorme rispetto ad un campo di mais ed altri cereali responsabili della scomparsa delle aree umide. Dove non ci sono superfici boschive e manca l’acqua, il ciclo della vita si riduce in modo esponenziale: una libellula, ad esempio, ha un ciclo di vita di ben due anni, e se voglio che sopravviva, anche nel gelo dell’inverno dobbiamo garantire la presenza di specchi d’acqua. Per questo motivo noi manteniamo allagati determinati canali anche nelle stagioni più rigide».

Consapevoli che le risorse comunitarie non dureranno all’infinito (l’Europa, infatti, può destinare al comparto fondi fino ad un massimo 725 euro all’ettaro per 20 anni) gli operatori del settore si interrogano sul futuro e a livello di Ente Nazionale Risi (come espresso di recente dal prof. Giuseppe Bogliani dell’Università di Pavia) «c’è qualche preoccupazione sulla perdita della “leadership” delle risaie rispetto ad altre colture», afferma il responsabile ricerca e sviluppo di “Acqua & Sole“, col rischio che «la risaia perda il riconoscimento di coltivazione con una particolare valenza naturale in quanto surroga le funzioni ecosistemiche delle aree palustri naturali. A quel punto la sua coltivazione riceverebbe gli stessi contributi di un campo di mais o di una qualsiasi altra coltura intensiva. Come dire, l’idea della rinaturalizzazione potrebbe essere “copiata” da chi coltiva altro e quindi, nell’insieme, significare minori risorse destinate alla produzione risicola».

In allegato un’immagine relativa alla notizia in oggetto.

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