Anche in inverno più di 200 specie di uccelli nidificano alla Cassinazza di Giussago, l’oasi naturalistica ideata nel 1996 dall’ingegner Giuseppe Natta sostituendo un “deserto agricolo” fatto da 1400 ettari di monocolture intensive. In vent’anni sono stati creati specchi d’acqua e piantati oltre un milione di alberi, favorendo il ritorno di una biodiversità paragonabile a quella dell’anno Mille

Dall’archivio di “Puntodivista”

GIUSSAGO – Una nuova agricoltura in grado di assicurare la produzione di derrate alimentari in modo sostenibile e al contempo capace di ripristinare una biodiversità funzionale al ciclo produttivo e all’ambiente, muoveva i suoi primi passi esattamente vent’anni fa.

Era il 1996, infatti, quando l’ingegner Giuseppe Natta volle iniziare a modificare quello che, fino ad allora, faceva assomigliare l’Alto Pavese ad un cosiddetto “deserto agricolo“, espressione di una classica quanto omologata agricoltura intensiva in cui la mano dell’uomo aveva progressivamente smantellato le tracce paesaggistiche della “Campagna Soprana”, come era definita fino all’Ottocento la vasta zona compresa fra il capoluogo pavese e il perimetro meridionale della provincia milanese.

Dalla Cascina Cassinazza di Giussago, cuore dell’ampia azienda agricola di famiglia estesa inizialmente per 400 ettari, iniziò a germogliare una nuova filosofia di rinnovamento che sarebbe stata convenzionalmente identificata come “Neorurale“. Oggi, a questa espressione, si associa non soltanto il nome dell’impresa, cresciuta fino a raggiungere l’estensione attuale di circa 1400 ettari, di cui 800 garantiscono una produzione annua di 45mila quintali di riso (interamente lavorati presso il centro di essiccazione di Giussago), ma anche un insieme di metodi innovativi in perfetto connubio fra conservazione ambientale e geografia antropica che ha fatto scuola a livello internazionale, trasformando l’intuizione dell’ingegner Natta nella prima azienda agricola di questo tipo in tutta Europa.

Da sempre, infatti, circa la metà del bilancio economico dell’Unione Europea viene destinato al settore agricolo, a garanzia della tenuta di un comparto vitale alla sopravvivenza degli oltre 500 milioni di abitanti del Vecchio Continente e al mantenimento del territorio rurale. In questo senso, la volontà di ripristinare un ambiente sempre più impoverito di biodiversità e ormai esaurito dopo decenni di coltivazioni intensive originò dalla stessa Unione che in quegli anni decise di migliorare le caratteristiche di ruralità degli stati membri, anche finanziando interventi che non fossero finalizzati unicamente alla produzione diretta di beni alimentari.

«L’idea iniziale dell’ingegner Natta, sfruttando l’antico reticolo irriguo già esistente da secoli che caratterizza questa porzione di pianura padana, era creare un’agricoltura che producesse anche ecosistemi, suddividendo i 400 ettari complessivi in lotti di soli 20-30 ettari ciascuno, nei quali andare a ricreare un determinato “ecotipo” in simbiosi l’uno con l’altro», spiegano gli agronomi responsabili dell’azienda “Acqua & Sole” di Vellezzo Bellini. «Si è passati, così, da uno scenario fatto da un’enorme monocoltura risicola in tante piccole zone – sempre intercalate da superfici coltivate a riso – trasformate in boschi, aree umide, stagni e laghetti, ciascuna con delle peculiarità ben precise».

«Chiaramente lo scopo di ciascuna di esse non era una suggestiva, benché apprezzabile, riproduzione paesaggistica fine a sé stessa, ma il ripristino complessivo di un habitat naturale funzionale all’insediamento di uccelli o animali autoctoni che stavano sparendo», continuano i rappresentanti di “Acqua & Sole”, portando l’esempio di «un canneto di 5-6 ettari, realizzato appositamente per garantire il luogo di nidificazione di una particolare specie ornitologica, il tarabuso, che altrimenti non avremmo più visto».

Al canneto seguirono la creazione di boschi umidi, boschi planiziali asciutti, prati e marcite che in due decenni, come in una macchina del tempo, hanno riportato il “deserto agricolo” ad una biodiversità di tale ricchezza che bisogna tornare indietro all’anno Mille per trovarne una così ricca, come stabilito dall’Istituto di Scienze Naturali dell’Università di Pavia, certificando la crescita costante di specie animali e vegetali tornate a popolare questa vasta porzione di Alto Pavese (sono stati appositamente piantati in loco oltre un milione di alberi, n.d.r.).

«La stessa garzaia di Villarasca fornisce agli aironi l’habitat ideale per nidificare proprio perché attorno ad essa è presente un ecosistema che garantisce la sopravvivenza per tutte le specie che nidificano», affermano gli agronomi. «Da vent’anni a questa parte, ogni settimana arriva un gruppo di ornitologi che registra il flusso di presenze e le specie di uccelli stanziati alla Cassinazza oggi sono più di 200».

In allegato una galleria di immagini relativa alla notizia in oggetto, scattate nel febbraio 2019 alla Cassinazza di Giussago.

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